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la storia del tatuaggio – parte 2

LA STORIA DEL TATUAGGIO

LA STORIA DEL TATUAGGIO MAORI DALLA POLINESIA IL MOKO E LE TESTE TATUATE

Come abbiamo visto nell’articolo precedente su la storia del tatuaggio a portare il nome tattoo in occidente fu Cook durante i suoi viaggi a Tahiti. Cook descrive anche la tecnica tahitiana del tatuaggio che consisteva nell’uso di un bastoncino sormontato da una conchiglia affilata. In Polinesia il tatuaggio aveva un forte peso sociale, infatti il rispetto che si doveva a un individuo era direttamente proporzionale al numero di tatuaggi che egli portava sul proprio corpo.

I famosi tatuaggi del popolo Maori della Nuova Zelanda sono dei particolari disegni, diversi per ogni singolo individuo, che vengono da sempre effettuati sul volto e portano il nome di “moko”. I “moko” sono il simbolo che identifica ogni individuo e possono indicarne l’appartenenza ad una famiglia oppure le conquiste ottenute durante la propria vita. Il “moko” era una vera e propria firma, tanto che i Maori usavano suggellare i trattati riproducendo fedelmente sulla carta il proprio tatuaggio facciale.

Questo tatuaggio veniva effettuato con dei denti di osso fermati all’estremità di una bacchetta, questo strumento assomigliava molto a un rastrello e il colore veniva fatto penetrare nella pelle battendo il “pettine” d’osso con un’altra bacchetta, il colore usato invece derivava dalla lavorazione della noce di cocco.

Il tatuaggio dei Maori suscitava molto interesse in occidente, tanto che all’inizio dell’800 molti oggetti venivano barattati con teste tatuate di guerrieri Maori. La domanda era talmente alta che i commercianti di schiavi tatuavano i volti dei guerrieri catturati per poi ucciderli e venderne le teste. Bisognerà aspettare il 1831 perché la Gran Bretagna metta fuori legge il commercio di teste umane tatuate.

IL TATUAGGIO NELL’ANICO EGITTO

Anche nell’antico Egitto era diffusa l’arte del tatuaggio: una mummia, appartenente alla sacerdotessa della dea Hator, che risale al II secolo a.C. riportava piccoli tatuaggi sul ventre che simboleggiava la fertilità. In Egitto il tatuaggio aveva un valore erotico e sensuale e spesso raffiguravano animali di diverso tipo che dovevano proteggere la persona che li portava o conferirle lo spirito dell’animale prescelto.

Il momento del tattoo era altamente simbolico e richiedeva un’ intensa preparazione sia fisica che spirituale, chi si apprestava a farsi tatuare non solo doveva dare prova di sopportazione del dolore, ma anche di grande maturità. 

IREZUMI: LA STORIA DEL TATUAGGIO GIAPPONESE

Un altro stile di tatuaggio molto famoso e dalla storia antichissima è quello giapponese. In Giappone l’arte del tatuaggio era già praticata nel V° secolo a.C. con finalità sia estetiche che magiche, ma anche per marchiare i criminali.

Il tatuaggi giapponesi che hanno affascinato l’occidente però devono la loro nascita a un divieto dell’antico impero che imponeva, con leggi molto repressive, alle popolazioni di basso rango di non indossare kimoni decorati. Pertanto, in segno di ribellione, i ceti meno abbienti cominciarono ad “indossare” tattoo molto elaborati direttamente sulla pelle nascosti dai vestiti. Questi tatuaggi erano estremamente estesi e partivano dal collo per arrivare fino ai gomiti e alle ginocchia. Nonostante  questa pratica fosse stata dichiarata illegale nel 1870, l’arte del tattoo giapponese continuò a proliferare in clandestinità. E’ pertanto chiaro il motivo per cui la mafia giapponese, la Yakuza, abbia fatto propria la pratica del tatuaggio, in quanto sovversiva e illegale. I complessi tatuaggi della mafia giapponese raffigurano spesso conflitti irrisolti o, attraverso animali simbolici come la carpa o il leone, doti che l’affiliato aspira a raggiungere. 

La storia del tatuaggio giapponese ha radici antiche e profonde, che prendono spunto dalla natura, dalle leggende e dalle storie più antiche, sentite, tramandate ed evolute sulla pelle di guerrieri e criminali.

La tecnica giapponese, sebbene meno violenta di quella polinesiana, non elimina la componente del dolore.

E’ fondamentale ricordare come la pratica del tatuaggio, in tutte queste popolazioni, non possa essere scissa dal dolore. Il tatuaggio, come rito d’iniziazione, come simbolo d’appartenenza o come gesto di sfida all’autorità, porta l’uomo ad avvicinarsi alla morte e ad esorcizzarla attraverso la sopportazione del dolore. La obbligata perdita di sangue che caratterizza l’esecuzione di un tatuaggio stava a simboleggiare una morte simbolica di ciò che si era prima e quindi una rinascita come individuo nuovo e migliore, poiché era stata “sconfitta” la morte.